Funzione insostituibile del Comune in caso di calamità naturali

Amatrice (Rieti), centro storico, prima del terremoto delle ore 03:42 del 24 agosto 2016.

Amatrice (Rieti), centro storico, dopo il terremoto delle ore 03:42 del 24 agosto 2016.

Prendiamo il caso del recente terremoto del 24 agosto 2016 nel Comune montano di Amatrice (Provincia di Rieti, 2.650 abitanti prima del terremoto, ora ridotti a 2.421 abitanti, 174,4 km², 900 – 1.000 m s.l.m.) che presenta diverse somiglianze con Comuni collinari della Valconca (Rimini) come Saludecio (3.120 abitanti, 34,27 km², 343 m s.l.m.), Mondaino (1.394 abitanti, 19,84 km², 400 m s.l.m.) e Montegridolfo (1,012 abitanti, 6,94 km², 290 m s.l.m.).
Se Amatrice fosse stato un borgo periferico di un' entità amministrativa più grande, e non avesse avuto un proprio Comune, un Sindaco coraggioso e profondamente legato al suo territorio come Sergio Pirozzi, un'Amministrazione e un Consiglio Comunale vicini alla popolazione -che con insistenza e forza hanno chiesto unitariamente alle autorità statali e regionali di poter rimanere vicino a case e insediamenti-, i cittadini amatriciani sopravvissuti al terremoto sarebbero stati spostati negli alberghi della riviera adriatica -proprio come è capitato agli abitanti di molte località della vicina Provincia dell'Aquila nel terremoto del 6 aprile 2009- lontano dalle loro aziende agricole, zootecniche e turistiche, con il rischio di perdere, oltre alle abitazioni, anche attività, posto di lavoro, bestiame e rapporto col territorio.
Come conseguenza, la gestione della ricostruzione sarebbe stata realizzata e influenzata da burocrati e lobby politico-affaristiche, senza il controllo diretto della popolazione della località colpita. L'istituzione comunale ha garantito per secoli la sopravvivenza di Amatrice come comunità e, anche questa volta, servirà a mantenere l'integrazione sociale e a superare un evento devastante.
È ovvio che a fronte di danni catastrofici, si può rilevare che la prevenzione sarebbe costata enormemente di meno degli interventi post disastro. Ora, per realizzare programmi di lungo periodo e gli interventi necessari per la messa in sicurezza degli edifici, in particolare di quelli antichi, è più idoneo un Comune autonomo e gestito democraticamente, con una maggioranza in grado di governare e una minoranza in grado di controllare che, insieme, nei rispettivi e distinti ruoli, chiedano con forza il sostegno delle autorità, regionali e nazionali, e assicurino -nella fase di attuazione degli interventi previsti- l'uso appropriato delle risorse assegnate. In altre parole, è preferibile un approccio politico-istituzionale basato su senso della comunità, salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio, visione di lungo periodo, impegno collettivo e cervello diffuso. Insomma, appropriazione consapevole ed esercizio organizzato di funzioni di governo da parte dei cittadini; altro che decisionismo calato dall'alto e conti da ragionieri volti a giustificare l'abolizione della democrazia considerata come costo eccessivo!
In quest' ottica, sarebbe giusto che i cittadini avessero la possibilità di ricorrere -su argomenti rilevanti per la comunità- a referendum comunali con quorum zero e attivabili mediante raccolta di firme del 10% degli elettori dell'ultima tornata elettorale.
Occorre garantire, a maggior ragione a fronte di eventi catastrofici, un'espressione efficace del processo democratico a livello territoriale e salvaguardare la storia locale e il presidio del territorio, evitando che gestione dell'emergenza e ricostruzione diventino occasione di espropriazione di funzioni politiche. In questo quadro, risulta chiaro che sopprimere un piccolo Comune sperduto può pure significare togliere l'anima ad una comunità: questa, infatti, tende a dissolversi, senza il Comune, fattore chiave d'identità e d'integrazione.
Hossein Fayaz.
Coordinatore del "Comitato per la difesa dei diritti del cittadino".
Morciano di Romagna, 7 settembre 2016.
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